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Area 3: Prospettive di mercato del
vino Valpolicella
Allegato
1: Quale futuro per il Valpolicella Superiore
Allegato
2: L' Amarone secondo Patricia Guy
Allegato 3:
Luci e ombre per l' Amarone
Allegato
1.
Quale futuro per il Valpolicella superiore ? Molti interrogativi sul futuro del vino simbolo della celebre zona vinicola veronese.
Di fronte all'evidenza, pesante come un macigno,dei circa 120 mila quintali di uve della vendemmia 2000 messe a riposo, uve che si tradurranno in qualcosa come sei milioni di bottiglie di Amarone immesse sui mercati tra il 2003 ed il 2004, quale spazio di manovra resta oggi al Valpolicella, ed in particolare al Valpolicella superiore, vino che solo un pazzo o un incosciente non può non considerare, nonostante il successo attuale dell'Amarone, come il vero vino traino e locomotiva della zona ?
Nell'attuale, particolarissima situazione, qual è e quale potrà essere in futuro l'identità del Valpolicella, quale la sua composizione e quali le strategie di rilancio ? Il vino dovrà rimanere quello che attualmente è, giocato sulle classica combinazione di uve, diversamente dosate da ogni azienda, della tradizione viticola veronese, oppure dovrà sempre più accettare, come gli consente anche il disciplinare di produzione, il contributo di altre uve che rendendolo più "importante" rischiano però se non di stravolgerlo di farlo diventare altra cosa ? Quale dovrà essere il rapporto del Valpolicella superiore, la principale, qualitativamente parlando, delle tipologie del vino veronese, con il legno, alias barrique e con quali vini dovrà scegliere di confrontarsi sui diversi mercati ?
A tutti questi interrogativi, pressanti e di primaria importanza, ha cercato di rispondere un'interessante degustazione - dibattito, scaturita dall'assaggio totalmente anonimo di 13 vini di annate dal 1995 al 1998 svoltasi nei giorni scorsi a Verona, organizzata da un team di enologi, Zymé, (http://www.zyme.it/) capitanato da Celestino Gaspari (genero e collaboratore per anni del mitico Bepi Quintarelli e oggi wine maker free lance), che dimostra di aver preso particolarmente a cuore le sorti di questo magnifico rosso veronese, che solo un'analisi superficiale oggi può relegare al rango di "fratellino minore" dell'Amarone.
Secondo Gaspari il Valpolicella superiore dovrà invece essere il vino del futuro, il vino su cui le aziende valpolicellesi dovranno lavorare con maggiore impegno. Per fare questo sarà indispensabile tratteggiare un chiaro e convincente identikit di ciò che il Valpolicella superiore dovrà essere, trovare una via mediana tra la strada di quel Valpolicella base di stile e taglio quotidiano che rappresenta, soprattutto all'estero, l'idea più diffusa e riduttiva del vino e un concetto di Valpolicella, vorrei ma non posso, che schiaccia l'occhio all'Amarone senza riuscire in alcun modo a raggiungerne la struttura e la personalità. Secondo Gaspari questa via, che trova nel metodo del ripasso la sua esemplificazione, è oggi un vicolo cieco, perché se questa tecnologia "nata da situazioni di bisogno" aveva un senso nel passato, quando si trattare di sfruttare sino in fondo il potenziale delle uve appassite e di dare vigore a vinelli un po' snervati ed esili, oggi, quando il comparto vinicolo della zona collinare veronese dimostra d'essere maturo per recepire l'urgenza di ripensare il vigneto Valpolicella e di passare a forme d'allevamento diverse (spalliera, guyot, pergola corta) e a ridurre il carico d'uva per pianta e non solo per ettaro, attardarsi a ripassare è quasi un autogol. Se l'obiettivo, che è parso condiviso, a parole, dai diversi produttori presenti al wine tasting, è arrivare finalmente a costruire un sistema che determini i vigneti da Amarone e quelli dal Valpolicella, senza lasciare a questo vino, com'è accaduto negli ultimi anni, le briciole e le uve "di scarto", arricchire il Valpolicella ripassandolo non sarà più necessario, perché dovrà essere questo vino base a dimostrare di avere (s)palle sufficienti per farsi apprezzare da solo.
In attesa di poter raggiunge questa "autonomia" e di aver seriamente deciso cosa fare da grande il Valpolicella superiore oggi dimostra di vivere una fase "sperimentale", di aggiustamento, di ricerca di espressioni ed identità nuove. Una sperimentazione che, purtroppo, al momento attuale paga, in tutti i sensi, il consumatore che di fronte ad una quindicina di bottiglie che riportano tutte in etichetta la dizione Valpolicella superiore, e dal prezzo di vendita non inferiore alle 15-18 mila lire, finisce col trovarsi di fronte ad almeno tre - quattro tipologie di vino profondamente diverse e prive di quell'indispensabile filo rosso che dà peso e credibilità alla denominazione.
Questa multiformità espressiva è stata magnificamente testimoniata dalla degustazione veronese, dove a vini dalla proverbiale, piacevolissima (e chissà perché avvertita come un limite e non come un plus dai produttori !) dolcezza di frutto (la classica ciliegia matura ma non troppo), e dalla notevole sapidità (campioni numero 1 - 5 - 9) facevano viceversa riscontro vini dalla struttura imponente, dalle grandissime ambizioni (e almeno in un caso, vedi campione n°2, dal costo degno di un Amarone top…), ma che nel momento topico della degustazione, che equivale alla stappatura e alla fruizione di quel vino da parte di un cliente a casa o al ristorante, lasciano sconcertati e non soddisfano per l'impossibilità di quella materia di sottrarsi dalla camicia di Nesso di un legno chiaramente eccessivo e opprimente.
E non fossero bastate queste due visioni chiaramente contraddittorie e irriducibili ad un'unità costruttiva, eccone altre ancora, rappresentate ora dai Valpolicella con le chiare note ossidative del ripasso e dagli eccessivi zuccheri residui, (campione n°12) ora da vini un po' esilini a volte con problemi di pulizia dovuti agli choc termici, da cogliere subito e apprezzare per la loro freschezza minerale, (campione n°4) senza dimenticare i vinoni più stile Super Veneto red (variante polenta, baccalà e tocio dei Super Tuscan) il cui positivo sviluppo richiede ancora almeno un anno in bottiglia nonostante si tratti di 1997 (n°10), 1996 (campione n°7) o addirittura 1995, come nel caso del magnifico Monte Lodoletta (n°13) di Romano Dal Forno, ancora molto chiuso, dove l'apporto del legno è nettamente più armonizzato che nel 1997 (n°2) e dove compare, accanto ad una straordinaria concentrazione di colore e ad una grande intensità olfattiva, una tessitura serrata e potente dove il frutto interagisce con spezie, legno, cuoio e note di sottobosco. Vini impostati su una ricerca di consistenza e di muscoli che rischia di pregiudicare la grazia, la bellezza, la godibilità dei vini.
Ma non è finita, perché nel gioco infinito delle identificazioni di stili e sensibilità diverse, che avrebbe potuto essere ancora più ampio e complesso, se invece di solo 13 campioni, provenienti dalla zona classica e dalla cosiddetta allargata, si fosse raddoppiato il numero di vini in esame. Ecco difatti, per esprimere una libera voce sul tema "l'uvaggio è mio e lo gestisco io", vini dove accanto alla classica triade Corvina (e/o Corvinone), Rondinella e Molinara, entrano in gioco ora la Croatina (con risultati in chiave di freschezza e di nitidezza di frutto molto interessanti), l'immancabile (a rieccolo !) Cabernet, e persino, incredibile, la trentina terodola, alias Teroldego (come nel caso del campione n°11).
Vini in alcuni casi innegabilmente interessanti, testimonianza chiara, come ha ricordato uno dei produttori presenti, Romano Dal Forno, di una "volontà precisa e di un'esigenza di stare sul mercato". Ma anche vini che altrettanto chiaramente segnalano che se pure è giusto e doveroso per ogni azienda ricercare e individuare una propria dimensione, magari perfezionando un rapporto con il legno che in molti casi è ancora deficitario, altrettanto indispensabile, se si intende rimanere nel solco di una denominazione e non puntare invece come qualcuno ha fatto, sul proprio marchio aziendale e sulla IGT Rosso del Veronese, sforzarsi di trovare un minimo comune denominatore, un filo rosso che possa rappresentare un punto di riferimento per un consumatore italiano ed estero che oggettivamente oggi, di fronte al Giano plurifronte chiamato Valpolicella superiore, rischia di non capirci più niente. E di passare, per non complicarsi troppo la vita, ad altro vino molto più semplice da interpretare.
Ma schiacciato dal successo dell'Amarone e dalla corsa dei suoi protagonisti, i vignaioli, a questo vino nicchia che rischia perdere il proprio alone d'unicità e preziosità il Valpolicella ha le spalle sufficientemente forti per sostenere questa sfida dove rischia di perdere momentaneamente il proprio consumatore per poi tentare di riconquistarlo quando avrà portato a termine la sua spasmodica, complicata ricerca d'identità e avrà finalmente capito cosa fare e come presentarsi nel terzo millennio ?
Franco Ziliani
Hanno partecipato alla degustazione i seguenti vini:
· Valpolicella classico superiore La Casetta di Ettore Righetti 1997 Cant. Soc. Valpolicella
· Valpolicella superiore Vigneto Monte Lodoletta 1997 Romano Dal Forno
· Valpolicella classico superiore 1997 Tommaso Bussola
· Valpolicella classico superiore 1998 Cà la Bionda
· Valpolicella classico superiore Mithas 1997 Corte Sant'Alda
· Valpolicella classico superiore 1997 Le Ragose Marta Galli
· Valpolicella superiore 1996 Azienda agricola Marion
· Valpolicella superiore Roccolo Grassi 1997 Bruno Sartori
· Valpolicella superiore Monti Garbi 1998 Tenuta Sant'Antonio
· Valpolicella superiore 1997 Azienda agricola La Musella
· Valpolicella superiore 1997 Azienda agricola Marion
· Valpolicella superiore La Bandina 1997 Tenuta Sant'Antonio
· Valpolicella superiore Vigneto Monte Lodoletta 1995 Romano Dal Forno
I vini che abbiamo nettamente preferito, come appare chiaro dalle osservazioni riportate in sede di commento, sono sicuramente stati il Monte Garbi di Tenuta Sant'Antonio, carnoso, fluido, dolce ed espressivo, un vino assolutamente godibile e da bere in questo momento, quindi il vino di Tommaso Bussola, ancora più concentrato ma altrettanto piacevole, il Mithas di Corte Sant'Alda, scuola moderna, grandissimo frutto ma consistenza vibrante e non marmellatosa, ed il Valpolicella 1996 della Tenuta Marion, un vino da vedere in prospettiva, ancora molto chiuso, con note di tostatura che tendono a coprire il frutto, ma sicuramente dotato di un potenziale d'evoluzione importante e di un'innegabile consistenza.
Abbastanza bene, sulla linea di Monti Garbi e Bussola, l'Ettore Righetti della Cantina Sociale della Valpolicella (ottimo esempio di struttura cooperativa che dovrebbe servire da modello per tutto il vino veneto), e grande, quando si sarà compiutamente aperto, il Monte Lodoletta 1995 di Dal Forno. Per gli altri, come abbiamo già sottolineato, qualche perplessità oppure una risposta non particolarmente emozionante data in quel particolare momento in cui, sabato 3 febbraio al Liston n°12 di Verona (caffè, ristorante, wine bar con splendida vista sull'Arena, posta proprio di fronte), abbiamo effettuato la degustazione.
Franco Ziliani
Tratto da wineReport.it
Allegato
2.
L'Amarone secondo Patricia Guy
Nata negli Stati Uniti, ma da diversi anni cittadina veronese d'adozione, Patricia Guy, già collaboratrice dei mensili britannici Decanter e Wine & Spirit International e attualmente attiva su Wine Enthusiast e sul giornale vinicolo su Internet WineToday (www.winetoday.com ), è una delle più simpatiche componenti della colonia di wine writer esteri che hanno scelto l'Italia come luogo di residenza e di lavoro.Vivendo a Verona con il marito inglese Michael Benson, Patricia non si è solo appassionata alle rappresentazioni teatrali ospitate nell'Arena, ambientandosi a meraviglia nel tran tran ciacoloso di una tranquilla città di provincia dal respiro europeo, ma da grande appassionata di vini qual è, (ha lavorato anche in Francia, in Champagne, a Bordeaux e nel Midi) ha avuto modo di approfondire, da un osservatorio privilegiato, la conoscenza della Valpolicella e dei suoi vini, proprio in un momento in cui la magnifica terra celebrata dal marchese Scipione Maffei nel Settecento si risvegliava da un lungo e colpevole torpore. E assisteva, quasi incredula dapprima, poi via via più consapevole della fortuna che le toccava in sorte, all'improvvisa, imprevista fortuna dell'Amarone, un vino sul cui futuro, sino all'avvento della straordinaria annata 1990 e alla "scoperta" da parte del mondo intero, i produttori della zona si interrogavano piuttosto preoccupatiDiventato da un anno all'altro un vino "mito", a livello dei più celebrati grandi rossi italiani, dal Barolo al Barbaresco al Brunello di Montalcino, e trasformatosi in un prodotto "must", conteso nelle sue migliori espressioni da ristoranti ed enoteche di tutto il mondo, si scopriva però che quel prodotto incredibile, quell'autentica negazione della modernità enologica, non poteva però contare su un libro organico in grado di raccontarne adeguatamente e divulgarne la storia, le particolare tecnica di produzione, il terroir di origine ed i protagonisti. Ricostruzioni storiche e divagazioni opera di personaggi illustri come Lamberto Paronetto e Zeffiro Bocci, qualche veloce citazione nel corpus di opere generali dedicate al vino, ma assolutamente nessuna trattazione organica e particolareggiata che potesse esaudire la curiosità e la voglia di legioni di appassionati italiani ed esteri di saperne di più su quel reticum vinum.A questo punto però, come nelle migliori storie ad effetto, ecco saltare fuori, come il personaggio giusto al momento giusto nella giusta situazione, la nostra wine writer made in Usa, la quale, fiutata la preziosa opportunità di realizzare prima di altri quell'opera che davvero mancava e trovato l'interlocutore adatto in un editore appassionato di "veronesità", pensò bene di dedicarsi anima e corpo al racconto di quel vino così particolare, in grado di emozionare e mettere d'accordo persone di culture, sensibilità, abitudini alimentari, conoscenze enologiche totalmente diverse le une dalle altre.Il risultato di questo lungo lavoro di studio, di ricerca, di raccolta di dati effettuata sul campo, a stretto contatto con gli uomini che hanno tenacemente contribuito a difendere e a rendere grande il loro più prezioso vino, è oggi davanti a noi, sotto forma di un corposo, elegante volume, corredato da belle immagini, da una serie di informazioni utili e pratiche, di agili profili di una cinquantina di aziende, da divagazioni turistico, paesaggistico, ambientali sul territorio, pubblicato da Morganti editore (via Carlo Alberto 19 37066 Sommacampagna - VR - tel. 045 8961447 - fax 045 8978557 - E-mail morgantied@tiscalinet.it ) e contemporaneamente edito in lingua inglese (con una vaga idea di ricavarne anche un'edizione tedesca) con il titolo, lapidario, di L'Amarone ( 255 pagg. 42.000 lire).Assolutamente convinti dell'efficacia del lavoro di Patricia Guy, la cui unica lacuna, visto il giusto spazio dedicato con un apposito capitolo a "l'Amarone in cucina" è costituito dall'assenza di una sezione che consigli le migliori tavole, i più affidabili ristoranti (enoteche, osterie, trattorie) dove celebrare, con adeguati piatti, la grandezza dell'Amarone trovandosi in visita alla Valpolicella, abbiamo pensato di rivolgerle alcune domande, pregandola di raccontarci del suo rapporto, da consumatore prima ancora che da giornalista, con questo magnifico vino veronese e della genesi del suo libro.Patricia, quando hai pensato di scrivere questo libro dedicato all'Amarone ?L'idea è nata oltre due anni fa, da un articolo letto su un giornale non specializzato. Mi sono accorta che nonostante la sua crescente popolarità sull'Amarone non erano disponibili molte informazioni e che mancava un testo che potesse descrivere gli stili diversi, la molteplicità di espressioni di questo grande vino. Per convincermi sino in fondo che di un libro che ne narrasse "le gesta" ci fosse veramente bisogno e per cogliere quale punto di vista avessero in merito i diretti interessati, ovvero i produttori, ho pensato di interpellarne un ristretto gruppo, quelli con cui ero maggiormente in confidenza, Romano Dal Forno, Pier Francesco Bolla, Sandro Boscaini, Carlo Pasqua, riscontrando un grande entusiasmo verso il progetto.Io volevo fare qualcosa di utile ai produttori e ai consumatori e come scrivo nella prefazione "descrivere accuratamente le molte sfaccettature di questo vino affascinante, delineandone le alternative produttive utilizzate oggi dai vignaioli della Valpolicella". Spero, a libro concluso, di esserci riuscita.Tu affermi di non aver voluto difendere "nessuna filosofia o posizione in particolare", ma come giudichi la diversità di stili che oggi, anche ad un palato non particolarmente raffinato, appaiono chiare a chiunque degusti anche solo cinque campioni di Amarone ? La consideri un elemento positivo oppure un limite ?Io considero la diversità che oggi si riscontra nel panorama dell'Amarone molto positiva, perché l'Amarone, nascendo da uve diverse tra loro, dà naturalmente vita a vini che giocando su un tema comune, l'appassimento delle uve, sono tra loro differenti. Personalmente, pur essendo convinta che la Corvina e in misura minore il Corvinone resteranno prevalenti nel vino e continueranno a segnarne il carattere peculiare, non sono contraria, nei limiti previsti dal disciplinare di produzione, ad uvaggi aziendali che caratterizzino ulteriormente i vini, diano loro un pizzico di personalità in più e diventino in qualche modo vini di nicchia.Personalmente non sono una grande mangiatrice di carne, il piatto che solitamente viene consigliato in abbinamento all'Amarone, e pertanto prediligo gli Amarone più strutturati che si propongono come autentici vini "da meditazione" da fine pasto, da sorseggiare tranquillamente conversando con gli amici. E quindi benedico il fatto che esistano Amarone diversi tra loro, adatti a diversi usi.Perché volendo scrivere un libro su un grande vino rosso italiano hai scelto proprio l'Amarone e quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato nel raccontare questo vino tanto particolare ai lettori stranieri ?Ho scelto l'Amarone proprio per la sua unicità, perché un Amarone ben fatto mostra una tessitura speciale e inimitabile, un gusto vellutato estremamente attraente, un naso dove il carattere speziato è dato direttamente dal frutto e non dal legno. Vere difficoltà nel descriverlo non ne ho incontrate, soprattutto considerando che oggi circa l'80% della produzione di Amarone è destinata all'export e che nei Paesi che non possono vantare una tradizione produttiva molto antica, o che non sono produttori, c'è un'enorme disponibilità a capire i vini, a smontare i meccanismi.Qualche problema l'ho piuttosto incontrato nel rendere il concetto di vino "da meditazione", pensando ai lettori e ai clienti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, concetto ancora più arduo trattandosi di un vino rosso e non dolce, e nello spiegare che si trattava di un vino che non necessariamente doveva trovare la sua modalità di consumo a tavola.Per consolidare il proprio successo e fare in modo che quella attuale non si riveli solo come una moda cosa devono fare i produttori della Valpolicella ?L'Amarone è un grande vino, ma i produttori devono sforzarsi di lavorare insieme, superare le attuali divisioni, unire le loro forze nell'interesse generale, far crescere la Valpolicella tutta, smetterla di parlare di un'autentica vocazione solo per l'area della Valpolicella classica, perché il caso Dal Forno, ad esempio, dimostra che anche nella cosiddetta "zona allargata" si possono fare grandi vini. Solo negli ultimi anni, inoltre, ci si è convinti dell'esigenza di migliorare la base ampelografica, i vigneti destinati all'Amarone e si è capito che non tutte le uve sono valide per produrre Amarone, che occorre procedere ad una decisa selezione delle migliori o, meglio ancora, decidere a monte da quali vigneti ottenere Amarone e da quali produrre Valpolicella.Non credo pertanto che quella dell'Amarone possa rivelarsi solo una "moda" passeggera, perché la diversità da tutti gli altri vini prodotti nel mondo rende l'Amarone unico e prezioso, un vino che chiunque si abitui a gustare, rimanendone conquistato, è molto difficile abbandoni per sostituirlo con un altro…Intervista di Franco Ziliani
Tratto da wineReport.it
Allegato 3.
Luci e ombre per l'Amarone
- Continua, senza soste, il successo dell'Amarone della Valpolicella, sui mercati esteri e le riviste enologiche internazionali testimoniano puntualmente questo momento di grazia con una serie di articoli e degustazioni. Nella attesa di dedicarsi al 1997, annata ottima con punte d'eccellenza, ( un millesimo che sarà posto sotto i riflettori dal 25 al 29 ottobre a Torino al Salone del Gusto e dall'11 al 13 novembre nell'ambito della nona edizione del Wine Festival di Merano, grazie ad un ampio stand disposto dal Consorzio tutela, dove saranno disponibili in degustazione no stop circa 50 campioni) la rivista inglese Decanter, in un ampio servizio pubblicato sul numero di settembre, passa attentamente in esame l'annata 1995. Un'annata che, come osserva Richard Baudains nell'articolo d'introduzione al wine tasting, rappresenta "un vero punto di svolta nel rinascimento di questo vino" alla quale abbiamo assistito nella seconda parte del decennio scorso. La vendemmia - ricorda Baudains - "era inferiore del 30% alla precedente, ma la qualità delle uve era così elevata e la domanda così sostenuta che la produzione poté superare la soglia record di oltre due milioni di bottiglie". Per poi toccare, con l'annata 1997, il tetto di 3,2 milioni di pezzi.
- Catharine Lowe, nell'articolo di commento al wine tasting ci ricorda difatti che si è trattata di "una degustazione controversa" dove gli elogi di un componente del panel erano frequentemente contraddetti dalle riserve d'altri colleghi. E viceversa. Il motivo, secondo Chris Loveday, è dovuto al fatto che "l'Amarone non sembra aver elaborato un particolare stile, facendo capire verso quale strada stia evolvendo".
- Una simile presenza simultanea di stili non poteva, naturalmente, che innescare un discorso sulla "tipicità". Per il master of wine Michael Palij si trovavano sia " vini vecchio stile dal colore poco accentuato sia vini affinati in barrique estremamente scuri, di cui non si arriva a capire bene il potenziale d'evoluzione", altri degustatori hanno invece puntato l'indice sul fatto che i vini potessero essere indifferentemente secchi, leggermente dolci o del tutto dolci. Questione di "stili di vinificazione", secondo Giles Luckett, "con presenza d'accenti Nuovo Mondo, di tannini aggressivi". A suo parere in Valpolicella "di fronte ad una massiccia domanda di rossi di grande intensità la soluzione di incrementare le rese è stata fin troppo ovvia. Ma al prezzo richiesto, i vini devono essere decisamente migliori".
- Sempre secondo l'autore di Barolo, Tar and Roses, la Valpolicella "è stata vittima del proprio successo. Oggi l'Amarone è diventato, con il Brunello ed il Barolo, uno dei tre grandi rossi italiani, mentre in un recente passato lasciava molto a desiderare. E così, se la domanda continua a crescere, c'è il serio pericolo che i produttori vogliano monetizzare il successo senza porre la giusta attenzione alla qualità".
Tratto da wineReport.it
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